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Consacrati e mandati per annunciare un lieto messaggio

Giovedì Santo 2021

“Lo Spirito del Signore, è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio” (18).

L’espressione dice il ministero futuro di Gesù, l’essenza della sua missione messianica.

Così tutto nel presbitero è “annuncio” di un lieto messaggio: perché nessuno come il presbitero è immerso nel mistero pasquale di Gesù.

per questo mi ha consacrato …”

La consacrazione ci ha comunicato il dono di diventare “segni” di Cristo pastore nella sua Chiesa; la consacrazione è una grazia che ci ha fatti essere con il cuore di Cristo guide della sua Chiesa. Non è il fare che definisce l’identità sacramentale del presbitero, ma l’essere.

Là dove c’è un presbitero, malato o sano, giovane o anziano, crocifisso nella sua malattia o dinamico sulle strade dei nostri paesi, c’è il segno di una presenza misteriosamente feconda per la vita del gregge e per la vita del mondo.

Per questo il vostro Vescovo deve avere una preoccupazione per il vostro benessere e per la vostra felicità, e penso che la mia prima responsabilità sia di occuparmi e prendermi cura di voi, affinché possiate essere forti nell’annuncio della Parola e sentire che il Signore vi ama, uno a uno.

Bisogna che io abbia una particolare attenzione verso i miei presbiteri: perché il servizio episcopale passa necessariamente attraverso la grazia e la comunione con i presbiteri.

Per questo vi chiedo scusa se non sempre sono riuscito ad esservi accanto, ma vi assicuro che vi porto tutti nel cuore e nella mia preghiera e che d’ora in poi cercherò di essere più presente nella vostra vita e nelle preoccupazioni del vostro arduo ministero pastorale.

 Oggi per noi occorrono tre sguardi importanti e decisivi.

Anzitutto lo sguardo della contemplazione dentro l’orizzonte del mistero.

C’è una domanda che si impone con urgenza nell’esperienza nella vita cristiana dei preti: “Che cosa è essenziale oggi, in un mondo divenuto schiavo delle cose urgenti che premono sull’orizzonte della vita quotidiana senza lasciare respiro?”.

L’essenziale consiste nel dare vita al mondo interiore, con il suo linguaggio: del silenzio, dell’ascolto, della preghiera, dell’adorazione. La preghiera è l’ossigeno della vita spirituale.

Quell’amore che ha giustificato la scelta di Dio all’origine di ogni vocazione non può stare al secondo posto o tra le cose penultime.

Deve recuperare il primo indiscutibile posto. Solo il primato di Dio diventa profezia delle “cose ultime”, primato visibile ed eloquente, come segno profetico della comunione eterna con Lui.

Di qui lo sguardo contemplativo, ricco di Parola di Dio e di silenzio adorante davanti al “roveto ardente” della presenza del mistero per accogliere i frutti della contemplazione.

L’Eucarestia, per la sua natura sintetica e creativa, semplicissima e insieme riferita a ogni altra realtà, ci offre una prospettiva di unità che, mentre raccoglie i frutti del passato, ci prepara a individuare le scelte future. Occorre mettere l’Eucarestia al centro di ogni nostra giornata, al centro della nostra vita.

“Senza Eucaristia non si può vivere”.

Ci sono cristiani che rischiano la vita per partecipare alla messa domenicale, potendo essere vittime di attentati terroristici, com’avvenuto più volte, in varie nazioni del mondo. Noi cristiani occidentali, un po’ incerti, … restiamo sorpresi che ci siano uomini e donne che sono disposti a perdere la vita, pur di vivere l’Eucaristia nel giorno del Signore.

Per questo Dio ci dà occhi nuovi: i suoi occhi! Con la grazia dell’amore ci dà un cuore nuovo: il suo! Se accettiamo il dono e sappiamo trarne profitto, potremo guardare con i suoi occhi e vivere con il suo cuore.

Noi abbiamo ricevuto la caparra del dono della contemplazione. Se la fede e l’amore aumentano, si trasformeranno in fede che vive nell’amore e che riconosce Dio ovunque e in tutto si unisce a lui.

É come un pellegrinaggio in cui “veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2 Cor 3,18).

Che cosa è essenziale allora? Azione o contemplazione? Impegno o separazione dal mondo? Seguendo il detto rabbinico: alzarsi, sedersi o camminare? La risposta è: l’uno e l’altro e l’altro ancora. L’essenziale è non uscire dallo sguardo di Dio, stare alla sua presenza… l’essenziale è lasciare che tutto sia unificato dall’amore e incamminarsi decisamente in questa via. Coraggio!

Il secondo sguardo va rivolto dentro l’orizzonte della fraternità.

Al fondamento della fraternità c’è un evento: da una parte la chiamata di Dio; dall’altra, la coscienza di essere stati scelti. Ciò che dà origine alla fraternità è l’evento generativo che fonda l’amore fraterno.

Gli amici si possono scegliere, i fratelli e le sorelle ci sono dati.

La fraternità chiede di riconoscere i doni e i limiti della persona; esige il perdono reciproco e significa saper convivere in pace con i problemi che non si possono risolvere. Non c’è “insieme” senza pace con i limiti.

Potremo dire che la fraternità presbiterale è la ripresentazione per i presbiteri di oggi dell’esperienza degli apostoli nel Cenacolo. Questa esperienza, come è stata essenziale per loro, così continua ad esserlo per i pastori di oggi. E’ l’esperienza dello stare assieme attorno a Cristo, esperienza che dà forza per la fedeltà, slancio per il ministero. Stiamo accanto gli uni agli altri, ogni giorno con gioia, per superare la solitudini e perché possiamo crescere insieme nella passione per la nostra Chiesa, annunciando la Parola di salvezza.

San Giovanni Paolo II ebbe a dire, parlando a un gruppo di preti: “I luoghi della formazione sacerdotale devono essere come una casa accogliente, come una famiglia nella quale si stringono legami profondi e si coltiva la fraternità aperta e matura che costituisce una delle più importanti componenti di un sereno e fecondo ministero”.

Come fare a mettere al primo posto le relazioni, l’agape ?

Come si vive la fraternità nella Chiesa?

La sinodalità, che significa camminare insieme, è punto essenziale per la Chiesa e trova il proprio fondamento nella Trinità. Siamo chiamati a partecipare alla comunione trinitaria, grazie al dono del Battesimo e dell’Eucaristia, che ci immergono nel mistero pasquale di Cristo.

Gli atteggiamenti caratteristici della sinodalità sono l’aiuto reciproco, il rispetto, la fiducia e la stima tra i diversi membri, che sono chiamati a raggiungere una reciprocità di ascolto e di aiuto nell’accompagnare il cammino reale della Chiesa, che vuole vivere secondo il Vangelo. Tutti elementi che ci aiutano a vivere la fraternità, che fanno del nostro cantiere, un cantiere aperto e continuamente in costruzione.

Così si esprimeva San Giovanni Paolo II: «Spiritualità della comunione è saper fare spazio al fratello, portando i pesi gli uni degli altri e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, diffidenza, gelosie» (NMI 43).

Da qui può nascere una vera e propria esperienza di Koinonia (comunione) dentro la Chiesa, che è chiamata a porsi sempre in atteggiamento di “uscita”.

Papa Francesco parla di comunione e di sinodalità ecclesiale partendo dall’immagine della piramide capovolta, dove la gerarchia è sempre posta al vertice, ma in basso, mentre la base, che comprende il popolo di Dio, è posto nella posizione in alto.

L’ecclesiologia di comunione nasce dall’idea di una Chiesa Madre e da un modello di fraternità che risale alla prima comunità cristiana, una fraternità da costruire e vivere dapprima nelle comunità parrocchiali per poi spingersi verso il largo dell’ambiente sociale.

Ė necessario un vero e proprio cammino che possa permettere l’incontro tra l’annuncio evangelico e la cultura. E’ la Parola di Dio che diventa guida nel leggere la storia, linea interpretativa nel leggere gli avvenimenti della vita quotidiana.

Il terzo sguardo è rivolto ai giovani, che devono essere al primo posto nel cammino pastorale della nostra Chiesa.

I giovani, già scettici a quindici anni o già non credenti a diciotto; già oscurati dentro dall’assenza di un senso per la vita, da un’assenza di luce.

Oggi è risaputo che la “cultura-contro” sta defraudando i giovani del tempo di Dio, del giorno del Signore; il sabato notte, la stragrande maggioranza dei giovani affollava i templi dell’evasione; la domenica veniva trasformata in notte per riposare.

Oggi nel tempo Covid le cose non sono cambiate. Molti giovani vivono la fuga da ciò che è importante ed essenziale, perchè è faticoso mettersi in ascolto del Signore e di sè, perchè questo significa cambiare vita, cambiare modo di vivere.

Occorre essere loro amici, sempre pronti al dialogo, per donare un futuro costruito sulla ricerca di Dio.

I giovani sono le nostre Scintille di luce”, perché con la loro vita possano illuminare la notte del mondo … (così chiamo affettuosamente i nostri giovani).

Facendo nostra l’affermazione di S. Paolo nella seconda lettera ai Corinzi: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia”(2Cor 1,24).

La gioia vera è far sentire che non siamo soli in questo mondo, non siamo gettati verso la morte, non siamo abbandonati a noi stessi, perché c’è qualcuno che ci ama da sempre e per sempre.

La fede non è ostacolo per raggiungere la felicità, anzi è l’unica strada.

Dobbiamo dire ai nostri giovani senza mai stancarci che “la felicità che cercano, la felicità che hanno diritto di gustare ha un nome, un volto: Gesù di Nazareth, nascosto nell’Eucaristia! Non esiste, infatti, evangelizzazione compiuta, se non quella che termina nel riconoscimento di Cristo.

Bisogna, con i nostri collaboratori, essere coinvolti in prima persona per i nostri ragazzi; anche se non è facile.

I nostri giovani sono grati a chi sa avere nei loro confronti una particolare attenzione e quell’attiva pazienza dell’amore.

Occorre aiutarli ad innamorarsi di Dio: “Soltanto colui che riposò sul petto di Gesù può comprendere il senso delle parole di Gesù” (Origene).

Aiutiamo i nostri giovani, ad appoggiare il capo sul petto del Signore, come il discepolo amato nell’ultima cena (Gv 13,25), e ascoltare le sue parole, lasciando che il Signore parli al loro cuore. Sosteniamoli con il ministero efficace e mai scontato della preghiera, questo ministero orante apre sorgenti segrete e misteriose nelle coscienze di quei giovani che non vediamo mai.

C’è il ministero umile della parola, della chiamata per nome, della telefonata amica, della presenza solidale e partecipe nell’ora della croce e della gioia. Non importa se il seme tarda a germogliare. Per questo non resta che seminare con la pazienza gratuita del seminatore.

Come Vescovo, desidero accompagnarvi in questa decisiva e quanto mai urgente missione, c’è un posto privilegiato nel mio cuore per i giovani, senza dimenticare nessuno delle nostra comunità diocesana.

Il nostro “dies natalis”, il giorno natalizio del nostro essere presbiteri, afferrati dall’amore del Signore, ci aiuti a portare il lieto messaggio nel cuore delle nuove generazioni.

Vostro + Cristiano, Vescovo